I PARTIGIANI CATTOLICI PIEMONTESI

Da VOCETEMPO

I partigiani cattolici piemontesi, noti come “bianchi” o appartenenti alle formazioni autonome, hanno contato decine di migliaia di combattenti.
Organizzati principalmente nelle Brigate Fiamme Verdi e nel 1º Gruppo Divisioni Alpine (“gli azzurri”) del maggiore Enrico Martini Mauri, operarono intensamente nelle valli alpine, nelle Langhe e nel Cuneese.

Principali Formazioni e Comandanti

  • 1º Gruppo Divisioni Alpine (Mauri): Nelle zone del Cuneese e delle Langhe, queste formazioni autonome raccoglievano molti cattolici, monarchici e liberali uniti dal rifiuto del fascismo. Il loro epicentro operativo spaziò dal Monferrato alla Val Tanaro, arrivando a liberare Alba nell’ottobre 1944.
  • Brigate Fiamme Verdi: Di diretta ispirazione cattolica e vicine alla Democrazia Cristiana, operarono in Piemonte (spesso sotto il nome dei fratelli Di Dio) affiancando le formazioni d’ispirazione socialista e comunista.
  • Partigiani dell’Azione Cattolica: Giovani formatisi negli oratori e nelle parrocchie che scelsero la lotta armata e la propaganda clandestina nelle città e in montagna.

Figure Simbolo e Memoria

  • Giorgio Catti: Giovanissimo partigiano dell’Azione Cattolica e studente torinese, cadde nell’autunno del 1944 a Cumiana, dove la locale banda cattolica subì un tragico eccidio. A lui è intitolato il Centro Studi Giorgio Catti a Torino.
  • Enrico Martini “Mauri”: Ufficiale degli alpini, guidò la resistenza autonoma piemontese.
  • Willy Jervis: Intellettuale e figura di riferimento della Resistenza cristiana, fu trucidato a Villar Pellice (TO) nel 1945.

Approfondimenti Storici

La Resistenza cattolica in Piemonte ebbe un peso fondamentale non solo sul piano militare, ma anche per il forte sostegno logistico fornito da parroci e vescovi alle formazioni partigiane. Per studiare nel dettaglio le vicende locali, gli archivi e i documenti sulle Brigate sono curati dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza.

Il poderoso sostegno dei cattolici nella Resistenza

Memoria – Il Piemonte è tra le regioni dove la lotta di Liberazione ha il suo maggior sviluppo, anche per il poderoso aiuto del mondo cattolico: vescovi, preti e religiosi, giovani e ragazze di Azione Cattolica appoggiano massicciamente il movimento partigiano

Di Pier Giuseppe Accornero 22 Aprile 2026

Il Piemonte è tra le regioni dove la lotta di Liberazione ha il suo maggior sviluppo, anche per il poderoso aiuto del mondo cattolico: vescovi, preti e religiosi, giovani e ragazze di Azione Cattolica appoggiano massicciamente il movimento partigiano. Questo accadde soprattutto nelle cinque diocesi cuneesi – Alba (vescovo Luigi Maria Grassi 1933-48); Cuneo (Giacomo Rosso, 1934-57); Fossano (Angelo Soracco, 1934-43) e Dionisio Borra (1943-63); Mondovì (Sebastiano Briacca, 1932-63); Saluzzo (Egidio Luigi Lanzo, 1943-73) – come documenta il libro dello storico Giuseppe Griseri e del prete partigiano Aldo Benevelli, «Voi banditen. Preti e religiosi vittime della violenza e dell’odio nel 1943-45» (1995): attinge a diari e documenti e illustra le posizioni dei vescovi.

All’origine di tutto c’è la «Lettera degli arcivescovi e vescovi della regione piemontese al clero e al popolo» nella Pasqua 1944, che bene documenta l’atteggiamento dell’episcopato sull’occupazione nazista e sulla lotta partigiana. Lettera estremamente prudente perché un pronunciamento a favore della Resistenza avrebbe costretto la Chiesa subalpina alla clandestinità, ma che denuncia l’atteggiamento degli occupanti nazisti-fascisti, ribadisce il primato della coscienza su norme e leggi ingiuste. I vescovi piemontesi giustificano la scelta dei giovani di «disertare» o di «essere renitenti» alla chiamata della Repubblica di Salò, e di scegliere la Resistenza armata sulle montagne. «Alle truppe di occupazione, unicamente armati della forza del diritto, ricordiamo che tutte le nazioni devono seguire lo stesso Codice eterno della legge naturale e divina e che è necessario rispettare con tutti l’umanità, se non si vuole che i lamenti delle vittime innocenti pesino terribilmente sulla bilancia del Giudice nel giorno del rendiconto finale». Passo duramente commentato dai fascisti a conferma del fatto che i vescovi toccano nel segno. L’insoddisfazione e l’irritazione dei fascisti di fronte al documento dell’episcopato sono ben documentate da «Il Piemonte repubblicano», organo di stampa della Federazione cuneese del partito fascista che respinge le condanne delle «feroci vendette perpetrate contro popolazioni inermi e famiglie più disgraziate che colpevoli» e considera fuori luogo il monito dei vescovi alle «truppe di occupazione».

Emerge la questione «cappellani delle bande partigiane». Significativa l’esperienza nella diocesi di Mondovì: al vescovo Sebastiano Briacca il comando partigiano avanza  richiesta formale per la nomina di un «cappellano dei partigiani»: quattro sacerdoti diocesani, un religioso e uno «stradiocesano» svolgono, in forma ufficiosa, le funzioni di cappellani. E don Giuseppe Bruno riceve dal vescovo Briacca (26 ottobre 1944) la nomina a cappellano dei partigiani, prima ancora che, nel novembre 1944, la Santa Sede risponda affermativamente al quesito posto dai presuli lombardi sull’opportunità di concedere cappellani ai partigiani. È soprattutto nell’esperienza concreta del clero che si riscopre il più autentico atteggiamento della Chiesa piemontese nei rapporti con i partigiani. I parroci sono  in prima fila nell’accogliere e rifugiare gli ebrei perseguitati, i politici di vari partiti, i partigiani in fuga; e sono i difensori delle popolazioni inermi ammazzate dalle feroci rappresaglie nazifasciste.

Nell’eccidio di Boves (19 settembre 1944) i preti condividono il martirio della popolazione. Resoconta il canonico Pietro Giraudo, segretario del vescovo di Cuneo, Rosso: «Per salvare la sua parrocchia dalle barbare rappresaglie delle SS tedesche, il pievano don Giuseppe Bernardi riusciva felicemente in ogni ambasciata presso i partigiani sulle colline ma, contro ogni promessa, venne insultato e maltrattato: nell’inoltrato pomeriggio lo costringono a salire su una motoblinda che incendia il paese, orribile spettacolo» che finisce nell’inevitabile tragico epilogo: «Condotto in un cortiletto, fatto scendere, è ucciso: cosparso di benzina, è buttato nel corridoio di una casa in fiamme. Dopo due giorni è ritrovato e riconosciuto il misero resto d’uomo carbonizzato, con le braccia e le gambe staccate dal corpo».

Identica sorte del viceparroco don Mario Ghibaudo «barbaramente ucciso dalle SS». Aiuta gli abitanti del paese a fuggire, «e mentre conduce a salvezza su una carretta una povera vecchia cieca, si ricordò che c’era ancora da salvare il Santissimo Sacramento». Tenta, inutilmente, di rientrare in paese, poi continua con la carretta la sua opera di misericordia, «nel momento in cui sopraggiunge da Cuneo una colonna di tedeschi, uno dei quali come un forsennato si lanciò contro don Mario e con percosse e colpi d’arma da fuoco gli tolse tragicamente la vita».

Altrettanto eroica la testimonianza di padre Giuseppe Girotti, domenicano di Alba, deportato a Dachau dove muore il 1° il l aprile 1945: «La sua cella nel convento domenicano di Torino diventa simbolo di ospitalità e di salvezza: tra coloro che ne beneficiarono numerosissimi gli israeliti». Arrestato il 26 agosto 1944, padre Girotti il 9 ottobre è rinchiuso nel lager di Dachau dove «svolse intensa opera di predicazione e assistenza tra i prigionieri, raro esempio di serenità e gloriosa fierezza, non piegato dalle infinite sofferenze fisiche che lo portarono ad altre pene e al forno crematorio».

A Mondovì si consuma il martirio di don Giuseppe Dogliani, uno dei cappellani dei partigiani. Racconta «Voi banditen»: «Dopo aver assistito il segretario comunale di Roburent condannato a morte per presunto collaborazionismo, il 16 marzo 1944 don Dogliani è catturato da una pattuglia tedesca e trasferito in carcere a Ceva, riportato a Roburent e passato per le armi». Analoga la vicenda di don Costanzo Demaria, saluzzese, «simbolo della solidarietà del basso clero con i partigiani». L’11 settembre 1944 la Federazione fascista di Cuneo decide una rappresaglia per vendicare l’uccisione di uno squadrista della Brigata Nera. Giunti a Busca, i «legionari» fanno un rastrellamento nel paese e nella campagna mettendo le mani sul parroco, percosso, insultato e oltraggiato. Caricato su un camion insieme con un giovane scelto tra gli ostaggi e trasferito sulla piazza di Busca, con un terzo ostaggio catturato lungo il tragitto. Il suo successore nella parrocchia di Busca racconta: «Giunti sulla piazza, i tre sono fatti scendere ed è loro concesso il tempo di confessarsi con il vicario appositamente convocato. Un impiegato del Comune indica il luogo preciso dove era stato ucciso il brigatista e lì una raffica di mitra abbatteva don Demaria e i due giovani. Il sacerdote aveva offerto invano la propria vita, per risparmiare i due giovani».

Nell’Astigiano opera il torinese Luigi Quarello, «Vigin Remo Fani»: «L’8 settembre 1943 – scrive – nel momento stesso in cui l’Italia veniva occupata dalle forze armate tedesche, a Cardona, frazione del Comune di Alfiano Natta, si formava un Centro patriottico della Resistenza, che ebbe subito l’appoggio dei parroci della zona e un rapido sviluppo con la costituzione di gruppi in ogni paese, ai quali gli organizzatori del Centro illustravano, in riunioni notturne, ragioni del movimento e doveri da assolvere». A essi si uniscono altri volonterosi, in gran parte membri di Azione Cattolica, dei Comuni di Alfiano, Cardona, Sanico, Zanco, Moncalvo, Scandaluzza, Rinco e San Giorgio. Per il collegamento con Torino operano i fratelli Pier Luigi e Pier Battista Borgnino. La Formazione autonoma «Monferrato» opera nel triangolo Chivasso-Asti-Casale. Una delle prime importanti riunioni si tiene il 2 novembre 1943 nella casa parrocchiale di Alfiano Natta con evidenti rischi per il parroco don Damarco. Sono presenti una ventina di paesi: a essi il membro de CLN regionale Gioachino Quarello «illustra le finalità della formazione, la necessità di svolgere in ogni Comune opera di convinzione e di incitamento presso i giovani e le popolazioni ad assolvere con generosità i doveri dell’ora, sicuramente gravi e difficili, sino al raggiungimento della grande méta: la liberazione dai nazi-fascisti». Uno dei primi compiti è mettere in salvo i prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento del Piemonte dopo 1’8 settembre: sono assistiti per il tempo necessario a preparare l’andata in montagna di notte.

A un importante convegno al santuario di Crea, nella primavera 1944, organizzato da «Vigin», partecipano Giuseppe Brusca, Gioachino Quarello, don Francesco Finazzi parroco di Zanco e una trentina di rappresentati del Centro patriottico della Resistenza: decidono le Formazioni patriottiche armate per portare un contributo contro i nazi-fascisti, per azioni di attacco contro le Forze armate tedesche sulle strade che da Torino portano ad Asti e a Casale. «Un episodio tra i più dolorosi e tragici è avvenuto a Villadeati – scrive «Vigin» – con il barbaro eccidio, nelle prime ore del 9 ottobre 1944, da parte di formazioni tedesche provenienti da Casale di 10 padri di famiglia di 44-60 anni e del valoroso parroco don Ernesto Camurati, membro della Resistenza dal settembre 1943, medaglia d’oro alla memoria, che si era offerto per salvare la vita dei parrocchiani. La vita della 7ª divisione autonoma “Monferrato” è stata molto dura e intessuta di grandi sacrifici e sangue, ricca di eroismi e di attaccamento ai doveri verso la Patria oppressa dal tallone tedesco».

Nelle cinque diocesi cuneesi e in Piemonte decine di preti stanno con gli oppressi, a fianco dei parrocchiani indifesi. Alcuni pagano con la vita, molti altri con la prigionia, le torture, l’invio nei campi di concentramento. Tutti scelgono di stare dalla parte dei «perseguitati» non in nome di un progetto politico ma del Vangelo, martiri della carità e della libertà. Nel Monferrato eroico il comportamento dei parroci, sostenitori audaci e tenaci delle formazioni partigiane, specie ad Alfiano Natta, Zanco e Moncalvo: nascondono in casa perseguitati politici, ebrei, partigiani feriti e uomini ricercati dai tedeschi e dai repubblichini. «Questi sacerdoti – ricorda «Vigin» – furono sempre sostenuti e incoraggiati nella loro azione di carità, altruismo, di patriottismo dal vescovo di Casale mons. Giuseppe Angrisani con animo sollecito e amoroso di padre durante i venti mesi della occupazione tedesca.

Sulla strada Castell’Alfero-Portocomaro il Comando partigiano è fermato da una formazione di SS tedesche con carri armati. Scrive Quarello: «Dopo una serrata discussione fra i soldati tedeschi circa l’opportunità di eliminarci contro il muro di una cascina, prevalse la proposta del più giovane, un ragazzo sui 18 anni, che sostenne la tesi di risparmiarci per dare al comandante la possibilità di interrogarci. Quasi miracolosamente fummo liberati dieci giorni dopo, grazie a uno scambio con ufficiali tedeschi, scambio avvenuto per interessamento dei vescovi di Asti Giacomo Cannonero e Giuseppe Angrisani di Casale». Non fu però possibile – aggiunge – «far uscire con noi il valoroso giovane combattente “Gik” nipote del generale Trabucchi, comandante il Corpo Volontari della Libertà in Piemonte. Questo giovane studente universitario veniva inviato in Germania in campo di concentramento, dal quale nell’inverno 1944 riusciva a fuggire e a piedi raggiungeva, grazie alla sua forza di volontà e alla sua fede, il Piemonte per combattere gli ultimi mesi della battaglia contro i tedeschi a Carmagnola, città d’origine della madre. Combattente coraggioso e colto, sempre pronto a ogni impresa rischiosa, simbolo di quella giovinezza italiana che con cuore puro seppe tutto dare e nulla chiedere perché l’Italia potesse raggiungere la sua piena autonomia in un clima libertà, di democrazia, di progresso civile».

Da pochi mesi (il 18 aprile 1943) aveva fatto l’ingresso in diocesi di Saluzzo il nuovo vescovo Egidio Luigi Lanzo, quando con l’8 settembre la guerra raggiunge i paesi e coinvolge la diocesi in un’orrenda lotta fratricida. I ragazzi in grigioverde – provenienti in gran parte dall’Azione Cattolica – salgono in montagna a formare le bande di «Giustizia e libertà» e «Garibaldi» mentre in città e in pianura vescovo, istituzioni cattoliche e clero soccorrono gli sfollati e gli ebrei perseguitati e li nascondono nelle parrocchie isolate e nei conventi. Il vescovo interviene a favore delle popolazioni e di singole persone nei paesi occupati da tedeschi e repubblichini. In quei mesi emergono le belle figure di parroci e sacerdoti che rischiano più volte la vita – tre sono ammazzati – per salvare i giovani, le popolazioni e i paesi. Questo a Dronero, Roccabruna, San Damiano, Prazzo, Sampeyre, Melle, Verzuolo, Saluzzo, Scarnafigi, Montà, Sanfront, Revello, Oncino, Paesana, Barge.

Il vescovo è continuamente sollecitato da parroci e podestà a intervenire. Il 21 settembre 1943 è incendiata e saccheggiata Paesana e arrestato il parroco; poi tocca a Barge, a Villar Bagnato, Dronero e Revello con l’arresto e la condanna a morte di don Lerda, condanna successivamente annullata. Del 5 gennaio 1944 è la strage di Ceretto con 25 morti, di Barge con 16 morti e 30 case bruciate. Poi sono date alle fiamme Martiniana, Sanfront, Paesana, Cartignano, San Damiano e Venasca Melle. I bombardamenti di Dronero provocano 19 vittime e lo sfollamento con la nobile gara di carità cristiana dei paesi vicini nell’accogliere gli abitanti nelle loro case e dividere con loro il tetto e il pane. Le autorità civili abbandonano il loro posto ma i parroci no: il parroco resta l’unico punto di riferimento, sempre disposto a trattare con tedeschi e repubblichini per evitare vendette, arresti e incendi. Il vescovo e diversi parroci – Saluzzo, Dronero, Sampeyre, Barge – prima del 25 aprile 1945 evitano danni, eccidi e rovine, e trattano la resa di tedeschi e repubblichini. Sul primo «Bollettino diocesano» del dopo guerra il vescovo Lanzo scrive: «La bufera micidiale che causò tante vittime, rovine e danni è passata. Pare un sogno sentirci finalmente liberi dall’incubo che opprimeva la Patria, come un piede di ferro barbaramente calcato sul suo cuore. Si era stanchi di vivere pericolosamente fra lampi di odio e minacce di morte, insidie e violenze, depredazioni e deportazioni».

Gaetano Quadrelli – 23 maggio 2026

Dalla rotabile che sale da Cumiana verso la frazione Ravera si diparte una mulattiera usata un tempo dai pastori del luogo. Il tracciato, segnalato con cura dal CAI, conduce ad un luogo dal nome curioso: “Arp du Capitani”, l’alpeggio del Capitano. Vi sorgono due baite isolate, oggi sapientemente riattate per ospitare un accogliente rifugio alpino. La denominazione deriva da un antico proprietario, forse un ufficiale dell’esercito ai tempi delle guerre di indipendenza, diventato ricco possidente e poi ritiratosi a vita privata.

Proprio qui, all’Arp du Capitani, 850 metri di altitudine, ebbe sede fin dall’autunno 1943 il primo gruppo partigiano di Cumiana, la cosiddetta “Banda Cattolica”, chiamata anche Banda del Gran Dubbione, località della vicina Val Chisone verso cui era agevole riparare in caso di attacco nemico.

Vi aderirono alpini sbandati, ragazzi di leva nativi dei luoghi, alcuni civili cumianesi, giovani della borghesia torinese e dell’Azione Cattolica che non intendevano presentarsi ai bandi della Repubblica Sociale.

La formazione già in ottobre contava una cinquantina di uomini: il numero sarà riferito, molti anni dopo, da Pino Casadei, classe 1915, il basista che in paese, a rischio della vita, si occupava dei rifornimenti alle baite dell’Arp. Ma bastarono poche altre settimane per radunare oltre cento componenti: del resto, la notizia che sopra i monti di Cumiana si stava concentrando un gruppo di giovani ebbe presto una larga eco anche fuori paese, nonostante il tentativo di mantenere il riserbo sulla faccenda. I centri di reclutamento in città facevano capo ad almeno due parrocchie importanti: Gesù Nazareno in via Palmieri (zona Cit Turin) e San Gioacchino, in corso Giulio Cesare, davanti alla stazione della vecchia Cirié–Lanzo. Ma tutti gli ambienti cattolici torinesi erano implicati nel reclutamento dei ragazzi e il loro avvio verso la montagna cumianese. Un rapporto della Guardia nazionale repubblicana del maggio 1944 (quando ormai la banda si era sciolta) riferì circa l’interrogatorio di certo prof. Saletti del centro diocesano torinese il quale fu costretto, non sappiamo con quali mezzi, ad ammettere “d’avere indirizzato nella zona di Cumiana giovani che avevano espresso la precisa volontà di passare ai ribelli”“.

Comandava la Banda Cattolica il sottotenente della Julia Silvio Geuna, classe 1909, il quale cercò di inquadrare militarmente i ragazzi, per lo più privi di esperienza. Organizzò turni di guardia a valle e a monte dell’Arp e un veloce addestramento. Scarseggiavano però armamento e munizioni: qualche moschetto arrivava dalla formazione di Marcellin, che agiva in Val Chisone, in cambio di farina e viveri che venivano comprati nelle cascine dei mezzadri della pianura, talvolta in contanti, talaltra con dei semplici “buoni”: i contadini, tutto sommato, preferivano venderli ai prezzi di mercato piuttosto che conferirli all’ammasso a valori ribassati.

Gli uomini della Cattolica non raggiunsero mai una piena efficienza operativa. Alla prova del fuoco, l’8 marzo 1944, nel tentativo di disarmare il presidio della Todt di None (l’ente tedesco che si occupava di lavori per conto della Wehrmacht) dove erano custoditi camion, coperte, e altro materiale utile per la sopravvivenza in montagna, ebbero tre morti: Carlo Camosso, Angelo Cresti e Alfredo Serra (una lapide li ricorda alla stazione ferroviaria di None). Dopo lo scontro la banda entrò in una crisi irreversibile, complice anche la cattura a Torino di Silvio Geuna (31 marzo 1944) divenuto nel frattempo membro del Comitato militare regionale piemontese per conto della Democrazia cristiana. I rapporti di Geuna con Cumiana e la Banda Cattolica non emersero durante gli interrogatori: fu condannato all’ergastolo esclusivamente per l’appartenenza al Comitato. Sarà liberato dal carcere di Ivrea nei giorni dell’insurrezione.

Se sul piano militare dunque la Banda giocò un ruolo secondario, sotto il profilo morale ebbe un valore significativo perché i giovani conobbero la loro prima avventura da “ribelli” con tutto ciò che ne conseguiva: l’ebbrezza di una scelta pericolosa e al tempo stesso entusiasmante, intrapresa voltando le spalle all’ipocrisia e all’inconsistenza di un regime alle corde, sottoposto agli ordini dei tedeschi e tuttavia ancora tracotante.

Non esistono purtroppo fotografie che ritraggano la banda. Restano i nomi di alcuni dei componenti trascritti nei registri compilati dopo la Liberazione all’atto della smobilitazione per il riconoscimento delle qualifiche. Con la consapevolezza di dimenticarne molti, non per nostra volontà, ma per carenza di dati, eccone un elenco parziale. Del fondatore e comandante Silvio Geuna, abbiamo già detto. Tra gli altri ricordiamo Mario Costa, il figlio 19enne del poeta dialettale Nino Costa, che arriva a Cumiana accompagnato dal padre, con l’aria di compiere una gita domenicale (morirà combattendo sul Génévris il 2 agosto 1944 tentando la riconquista della vetta caduta in mano ai tedeschi; la posizione verrà ripresa dal comandante Ettore Serafino qualche ora più tardi). E poi Gianni Daghero (“Lupo”), i fratelli Giorgio e Piero Catti sfollati in paese, i torinesi Nino Torretta, Ettore Sisto, Giuseppe Reviglio, Tito Du Montel, Gino Baracco, i fratelli Giorgio e Rodolfo Sacco, Piero Bossotto; i cumianesi Claudio Turinetto, Ugo Giai Merlera, Silvio Maritano, Aldo Coccolo, Luigi Toscano, Attilio Ruffinatto, Armando Trossero.

Il 10 maggio 1944 la “Cattolica” cessò di esistere quando il grosso della banda si era ormai spostato sul versante valchisonese del Grandubbione (Pinasca). La banda venne attaccata da ingenti forze nazifasciste nell’ambito dell’operazione Habicht che per più giorni investì le valli a sud-ovest di Torino. Colti di sorpresa all’alba, ben ventisette uomini furono catturati: quattordici vennero trasferiti in carcere alle Nuove di Torino e giustiziati il 26 maggio in Val Sangone. Dodici furono portati a Perosa Argentina, nell’Istituto Salesiano (attuale Centro per anziani) sede del comando tedesco, interrogati, torturati e infine condannati a morte. L’esecuzione avvenne in uno spiazzo erboso sotto il ponte delle Balze, a Castelnuovo (Pinasca); l’ultimo, Stefano Manassero, venne fucilato al convitto del Cotonificio Abegg di Perosa.