Giovani cattolici militanti resistenti
Ricordiamo le numerose figure di giovani cattolici militanti come Aldo Gastaldi, Gino Pistoni, Ottavio Ferraretto, Teresio Olivelli Giorgio Catti, Ignazio Vian (Nelle fila degli iscritti alla G.I.A.C. i caduti furono più di 900 e tra le decorazioni al V.M. ricevute le Medaglie d’Oro furono 19 e 14 quelle d’Argento).
Richiamiamo l’attenzione sul fatto che, attraverso la vicenda personale di questi giovani e dei sacerdoti, in questi giorni ricorrono gli 80 anni della strage di Boves, teatro del primo eccidio-massacro nazifascista di civili innocenti compiuto, iniziato il 19 settembre 1943 e continuato tra il 31 dicembre e il 3 gennaio 1944 a Boves.
E due preti, don Bernardi e don Ghibaudo, oggi beati, danno la vita per salvare la popolazione. Ricordiamo anche Antonio Vassallo imprenditore morto insieme a loro
Sulle montagne di Boves ai soldati allo sbando si aggiungevano centinaia di militari che rientravano dalla Francia e ingrossavano le formazioni dei «ribelli», comandati da Ignazio Vian.
Affiora un fenomeno più ampio e sovente poco considerato dalla storiografia: il ruolo della formazione associativa cattolica, morale e civica oltre che spirituale. Con la progressiva instaurazione, dopo la metà degli anni Venti, del soffocante totalitarismo, infatti, l’Azione Cattolica, non senza forti tensioni con il regime, diviene una delle poche possibilità per i giovani e le giovani di maturare idee diverse (se non alternative) a quelle propagandate dal fascismo. Ciò avviene non solo nei “movimenti intellettuali” del cattolicesimo italiano, ma anche nell’associazionismo di base, vissuto nelle parrocchie e nelle associazioni locali.
Hanno continuato a testimoniare tutti coloro che hanno vissuto quei mesi o quegli anni, sulle montagne, nella città, nei Comitati di Liberazione, nei campi degli internati militari. La forza e la capacità di Resistenza da parte della Chiesa e del Movimento Cattolico, saldamente ancorati al fondamento evangelico profondo, contribuirono in misura rilevante per fare rinascere l’Italia ponendo le basi educative e culturali per approdare non solo alla lotta antifascista, ma anche a porre le basi di un diverso modello di convivenza sociale e politica. Da questa generazione sono nati maestri, testimoni, educatori che hanno portato i giovani a fare la scelta di libertà, democrazia, pace e giustizia.

Allargando lo sguardo, si può dire che vi sia stata una Resistenza militare delle formazioni partigiane, una dell’ Esercito regio “cobelligerante” con gli Alleati, una (riconosciuta tardivamente) dei militari italiani internati nel Terzo Reich che rifiutarono ogni collaborazione con i nazisti e con i loro fantocci di Salò, diminuendone gli effettivi, ed una più vasta fatta da falsari, da persone che nascondevano partigiani, renitenti alla leva ed ebrei, da quelli che falsificavano i documenti, da medici ed infermieri che ricoveravano in ospedale persone sanissime per sottrarle alle rappresaglie e alle deportazioni, preti, frati e suore che aprivano le porte di canoniche e conventi ai fuggitivi, ma anche alle riunioni clandestine dei CLN locali, o addirittura ai loro arsenali.
In prima fila a combattere per la libertà e poi dopo, a lavorare per la ricostruzione dell’Italia e la nascita della Repubblica, c’era anche una Resistenza “bianca”. Cattolici e cattoliche che hanno dato un contributo non secondario alla lotta contro il nazi-fascismo e per lo sviluppo della vita democratica nel nostro Paese. Enrico Mattei, capo partigiano e poi presidente dell’Eni, al primo congresso della Democrazia cristiana nell’aprile del 1946 indicò in 65mila – poi giunti a 80mila nella fase finale della Resistenza –, impiegati in 180 brigate, i cattolici che parteciparono attivamente alla lotta partigiana. «Brigate del Popolo», «Fiamme Verdi», «Volontari della Libertà», «Squadre Bianche»: sono alcuni dei nomi sotto i quali, in tutto il Centro-nord, cercarono di distinguersi le formazioni “autonome” o “indipendenti” che spesso facevano riferimento in gran parte o del tutto al Vangelo. Senza contare che in molte zone, per esempio in Liguria e Romagna, anche nelle comuniste Brigate Garibaldi spiccava cospicua una presenza cattolica. Ma non fu solo questione di cifre. Nel panorama settentrionale, dove spiccano
Ecco, questo tipo di resistenza, la “Resistenza senza fucile”, come la definì Giovanni Bianchi in un libro uscito poco prima della sua morte, è stata forse il segno distintivo dell’approccio del mondo cattolico alla lotta di liberazione, sebbene non sia mancata l’organizzazione di vere e proprie formazioni partigiane come le Fiamme Verdi o le Brigate del Popolo, con comandanti dello spessore di Enrico Mattei, Eugenio Cefis e Giovanni Marcora, e martiri caduti in combattimento o trucidati dal nemico come i fratelli Alfredo e Antonio Di Dio, Giancarlo Puecher, Teresio Olivelli…
Nello stesso tempo, l’attivarsi spontaneo a favore dei combattenti clandestini e dei perseguitati, che in ogni caso esponeva ad un rischio anche mortale chi lo faceva, era in se stesso uno schieramento spontaneo, e gli stessi esponenti repubblichini avevano ben chiaro come da parte della Chiesa non vi fosse la minima disponibilità nei confronti di un regime che veniva già considerato morto e sepolto, e si guardava semmai al “dopo”.
Attraverso questa modalità di organizzazione del movimento resistenziale, le forze cattoliche iniziarono a pensare se stesse nella loro soggettività non solo religiosa, ma anche sociale e politica.
Per questo motivo, i cattolici scelsero spesso di rappresentare la lotta resistenziale attraverso l’atto eroico individuale oppure il martirio del singolo sacerdote o militante dell’Azione cattolica, tralasciando di dare risalto alla dimensione collettiva di quella partecipazione, anche quando questa era stata ben presente. ll contributo cattolico alla Resistenza è invece stato importantissimo proprio perché si è sviluppato anche al di fuori della Resistenza armata; perché ha creato quel tessuto di solidarietà – grazie all’aiuto alla popolazione e ai partigiani – che tra il 1943 e il ’45 ha svolto un ruolo decisivo, anche se talvolta indiretto. Questa forma di Resistenza, che è stata prima di tutto morale, è stata una forza di lungo periodo che ha interessato una componente assai vasta della popolazione italiana. Solo negli anni Novanta però, anche grazie a una serie di convegni organizzati, questa consapevolezza è uscita dal sommerso; prima gli ambienti cattolici hanno sempre avuto una sorta di timidezza ad affrontare il binomio Resistenza-Costituzione.
Ricordiamoci che la lotta resistenziale non è solo la base della nostra democrazia, ma è stata anche la manifestazione storica concreta in una fase di oppressione e terrore, nessuna persona può presumere di coltivare un’equivoca posizione di neutralità fra il bene ed il male quando i loro contorni sono così netti».
Tutto questo è valido ancora oggi per riprendere lo spirito dei padri costituenti.

